I titoli più belli dei dischi

i titoli più belli dei dischi

Per esempio, l’autocoscienza disarmante e fulminante di I might be wrong. I Radiohead offrono stimoli infiniti. Quell’Ok computer non era un “ok” di intesa ma era un “ok” di resa, rassegnazione, se vogliamo profetico sul destino della musica mondiale da allora in poi.

La bellezza di Piccoli fragilissimi film di Paolo Benvegnù è nel suggerire ogni sfumatura della parola film, come storia, come visione, come pellicola. Due o tre parole indovinate possono illuminare quanto e più di elucubrazioni comunque curiose come la trilogia della chimica dei Bluvertigo, che giocava con l’inizio, la metà e la fine dell’alfabeto (iniziali di Acidi e Basi – Metallo Non Metallo – Zero).

Mi manca chiunque dei Mambassa è un titolo disperato, viscerale, stupendo. Non basterà il seppur encomiabile Consolers of the lonely dei Raconteurs a tamponare l’emorragia.

Il gioco di parole più indovinato di Dente è Non c’è due senza te, titolo di un disco un po’ meno tenero di come la frase suggerirebbe. Proseguendo con le romanticherie: Il primo bacio sulla luna racchiude in sé un’immagine semplice eppure milioni di volte più umana e universale delle tecnologie Nasa che hanno portato gli astronauti sulla luna. Mi viene da pensare che sulla luna la vita non sarà mai possibile finché non sarà possibile l’amore. E tutto questo ragionamento per un disco di Cesare Cremonini, pensa te.

A proposito di luna, The dark side of the moon è dark tutto l’anno, tutti gli anni, forever. Nessuno vedrà mai il lato oscuro della luna, abbiamo al massimo il lato oscuro dei Pink Floyd.

A proposito di dark, Darkness on the edge of town immagina insieme la paura e la voglia di superare il confine invisibile che c’è tra una città consumata e un niente ignoto. Ottemperato Springsteen, basta con il buio. Gli Anni luce dei Diaframma non misurano distanze di spazio, ma di tempo, forse lontano forse vicino in fondo che importa, comunque luminoso, caldo, radioso. Talmente mi piace questo titolo che avevo anche comprato un libro solo perché si chiamava uguale, ma che non ho ancora letto.

Non sono uno specialista dei Massimo Volume, ma ho sempre trovato Lungo i bordi una maniera elegantissima per nascondere la parola “borderline”.

Un carpe diem in salsa Oasis: Be here now, erano i loro tempi, erano i miei tempi, lo dicevano loro a me ma un po’ anche io lo dicevo a loro. Ma i miei tempi, ora, sono piuttosto quelli che i Perturbazione hanno racchiuso dentro un cartone da trasloco foderato con lo scotch da pacchi, con scritto sopra Del nostro tempo rubato.

Tra i miei ultimi titoli preferiti usciti c’è What we saw from the cheap seats di Regina Spektor, per questa bella intuizione dell’essere spettatori del mondo dai posti economici. Tra i prossimi c’è il nuovo dei Ministri, Per un passato migliore. Titolo di speranza quasi slogan, che però rende giustizia alla parola “passato”, piena di accezioni negative in un’epoca dove si preferisce dire “futuro”, concetto approssimativo e modellabile ad uso delle propagande. Il passato non si cambia ma chissà che non sia possibile fare pace con esso, occuparsi delle radici prima che delle foglie.

Chissà quanti ne ho scordati, dovrei andare a spulciare tra tutti i miei cd. Datemi un titolo che mi inventi un mondo, che mi apra una crepa, che mi esalti come un dio, che mi faccia soffrire come un cane, e mi innamoro a prescindere.

E questi?

10 commenti

  1. scusi plinio, proprio perchè Le piace pensare sbagliato, la mia domanda è la seguente:
    per “i titoli più belli dei dischi” intende i titoli più belli o i titoli che sono più belli di quanto è bello il disco?

    attendo Sue, grazie

    1. grande corbi, complimenti per il pensiero sbagliato, davvero brillante! intendevo la prima che hai detto, i titoli più belli, volevo evitare di scrivere “i più bei titoli” perchè “bei” e “begli” sono orribili e li uso meno possibile

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