Gasquet

Richard Gasquet

Faccia da dopobarba. Nano allungato. Testa grossa polso fino. Riccardo.

Nato come astro nascente del tennis francese, da un certo punto in poi è rimasto fermo. Artista minore, bambino cresciuto, qualcosa nella crescita si è bloccato, anche la sua wikipagina è bloccata (al 2011) e vengono annotati solo i risultati di tanto in tanto. Adoro le parti evidenziate in rosa [senza fonte], verità non dimostrabili che rischiano di svelare l’umanità del personaggio.

Gasquet, vecchia giovane promessa, quarto di finale, sul campo pensa troppo nei momenti in cui non si deve pensare. Non si può svelare di essere umani: più pensi più hai incertezze, più hai incertezze più pensi eccetera, è un circolo vizioso, un doppio fallo.

Rovescio a una mano di antica eleganza, naturalezza quasi mancina, prodigio del sistema nervoso centrale, senza questa superba anomalia sarebbe poco più che una figurina, una comparsa, un caratterista nel cinema del tennis. Invece è Gasquet, eterno Godot, campione incompiuto che tentenna nei momenti decisivi, mano sempre troppo sudata e testa non molto più asciutta.

Colpi secchi a presa umida, finisce il game e si siede. Cambia il grip della racchetta, toglie quello usato e arrotola il nastro nuovo attorno all’impugnatura. Lo fa in ogni pausa per cambio campo, ogni due game un grip nuovo, ne consuma facilmente almeno una decina a partita. Gesto meccanico, veloce, otto secondi, diversivo per non pensare, per non lasciarsi scivolare via la concentrazione, diventerà vezzo da amatore del tennis club.

Quest’anno è il nono giocatore più forte del mondo, il primo di Francia, che gli ha sempre preferito altri giocatori come rappresentanti in Coppa Davis. Dopo migliaia di grip stracciati e cestinati, finalmente riesce a stringere qualche certezza.

Mi piace sempre guardare giocare Richard Gasquet e ho un istintivo tifo per lui contro quasi tutti gli altri giocatori. Sarà per quel colpo seducente, conservatore e che sa di racchette di legno, sarà per la sua sommaria mancanza di cinismo e concretezza, sarà perché se non oltralpe almeno altrove ci vuole qualcuno che creda in lui, e io ci credo, anche se ogni volta è durissima.

E questi?

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