Evergreen di Calcutta, senza farmi influenzare dall’ascolto

Evergreen Calcutta

Dov’ero rimasto con Calcutta? Sta per uscire il suo disco Evergreen (che ha una copertina, devo ammettere, molto bella) e prima che esca ho fretta di scrivere cosa ne penso, in modo da dare un parere alla cieca. Nel caso specifico, alla sorda. Comunque, alla buona. In definitiva: alla svelta. Rigorosamente senza farmi condizionare dall’ascolto.

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Per fare questo non si può non partire dalla pietra miliare: Mainstream, oggettivamente il disco italiano più importante degli anni X. L’ho ascoltato ancora un paio di volte per testare quella strana legge per cui le cose che non ci piacciono col tempo le rivalutiamo. Invece ancora oggi non mi sa di niente, a parte sprazzi di felice ispirazione che riconosco in rarissimi punti (il verso “E non mi importa niente di tuo padre / ascolta De Gregori / a me quel tipo di gente no non va proprio giù”, lo ammetto, è sublime). Quello stesso album che a me è entrato da un orecchio e uscito dall’altro, eppure, è diventato l’inno di tante generazioni, sia di quelle giovani che di quelle – diciamo così – giovanili.

Ecco dov’ero rimasto con Calcutta: mentre mi cullavo sereno nella mia noia snob di chi è certo di capire immediatamente un disco ascoltandolo con un occhio solo, imprevedibilmente arriva un singolone che mi conquista al primo ascolto. Oroscopo, con Takagi e Ketra, è la prima canzone del dopo-Mainstream, e mi stuzzica tantissimo, anche se è uguale a quell’altra canzone famosa. E anche in questo caso, diavolo di un Calcutta, sono più quelli che lo copiano che quelli che da lui vengono copiati: d’ora in poi usciranno altre canzoni che sembrano scritte su quell’identica base (questa e questa). Oroscopo è pop, finalmente, probabilmente il Calcutta vero, altro che “indie”, altro che lagne di legno, altro che bruciatelli in Erasmus.

Vuoi vedere – pensavo – che il prossimo disco mi farà impazzire?

Orgasmo

Dicembre 2017, proprio mentre X-Factor decreta il vincitore dell’undicesima edizione, che non sono i Maneskin anche se in futuro ci ricorderemo che erano loro, esce il nuovo singolo di Calcutta. Dopo Oroscopo, dunque, viene Orgasmo, e i miei cento tentativi per prevedere il titolo della canzone dopo: Orifizio? Orangina? Oristano? Orecchione? E altri 96 su cui glisserei. Però trovo molto carina anche questa canzone. “E tutte le strade mi portano ad altre campagne” mi piace, molto più del puro itpop fine a se stesso di “E tutte le strade mi portano alle tue mutande”.

E mentre le mutande rosse di centinaia di migliaia di bolognesi festeggiano Capodanno nel centro della città, Calcutta festeggia il famoso bonifico di 5k per aver stilato una lista di una ventina di canzoni per il veglione di San Silvestro in Piazza Maggiore, aspettando il 2018, aspettando il suo nuovo album, di cui Orgasmo è ufficialmente il primo singolo.

Pesto

Febbraio 2018, sta arrivando Sanremo, ma poco prima appare Pesto. Sul blog Avrei voluto sposare un Lùnapop leggo un’osservazione che mi fa ricomporre tutti i pezzi del puzzle:

Mangio il buio col pesto“, un piatto tipicamente ligure e casualmente il singolo esce ad una settimana dal Festival della Canzone di Sanremo. Coincidenze? Io non credo. 🙂

Anch’io non credo. Dev’essere per forza così: Calcutta l’ha scritta apposta per Sanremo, però non ha passato le selezioni, e allora l’ha pubblicata pochi giorni prima che il festival iniziasse, per mettere in ombra le ballate del Festivàl.

Se fosse davvero accaduto (ipotesi difficilmente verificabile, ma anche difficilmente smentibile), mi spiace che non sia stata presa al Festivàl. Pesto è una canzone cento volte meglio di Una vita in vacanza dei Lo Stato Sociale, che sono quelli che alla fine sono stati selezionati per riempire la casella “indie”. In Pesto c’è il classico Calcutta un po’ conflittuale un po’ innamorato “ma era solo per litigare” e negli occhi ha una botte che perde. Sul solito piano alla Lennon, una voce sempre più flautata, fino a un “ueee deficiente” urlato responsabilmente. Un filo di archi alla fine (avrebbe dovuto dirigerlo Peppe Vessicchio?) ribadisce che sarebbe stata perfetta per Sanremo.

Piano però con tutto questo entusiasmo. Appena dice “mi ero addormentato di te” crolla tutto. Non si può sentire. Davvero non è possibile. Posso accettare tutto, ma “mi ero addormentato di te” no. Posso persino chiudere un’occhio sul filo di farro, o ferro, o fard nell’orecchio, ma “mi ero addormentato di te” è troppo. Mi sembra di sentire “in tutti i luoghi in tutti i laghi”. Dunque sì, per Sanremo era perfetta.

Paracetamolo

Dettagli a parte, ormai il filotto di canzoni consecutive di Calcutta che riscuotono il mio pollice in su si sta pericolosamente allungando. Ma si interrompe quando esce l’inutile Paracetamolo, canzone buona per i meme sulla questione della Tachipirina 500 che se ne prendi due fa 1000, ma che ridimensiona Calcutta alla più verosimile media su cui sempre si è attestato.

Intanto, ci troviamo in pieno Maggio 2018, abbiamo appena finito di litigare sulla questione se l’edizione trap/itpop del Primo Maggio sia stata terribile o meravigliosa, il 9 è il giorno di Liberato, e il 25 è il giorno del nuovo album di Calcutta. Cosa aspettarmi da Evergreen? Quadretti pastello simili a Del Verde o colori più ricchi vicini a Pesto? A proposito, perché sempre questa fissazione per il verde?

Ho letto che ci sarà una canzone su Dario Hubner: sarà sicuramente molto bella perché il caro “Tatanka” rimane un mito assoluto del deep football degli anni 90. Ma in questo caso si tratterà di un’opera d’arte notevole non per merito dell’artista, ma della musa.

E ormai, sì: ho tutti gli elementi per la mia personalissima recensione in anticipo su Evergreen di Calcutta, prima che esca e dunque senza farmi condizionare dall’ascolto. Un’opinione precoce, come ho detto si tratta di un parere alla cieca e soprattutto alla sorda, metti mai che poi possa dire il caro “io l’avevo detto”.

Recensione di Evergreen in anticipo e senza farmi condizionare dall’ascolto

  • Carino, meglio di Mainstream, meno scassato, più arrangiato. Comunque le canzoni hanno sempre lo stesso tempo, il beat non si schioda dal solito binario della ballata al piano.
  • Bella la 6, anche se i pezzi migliori sono quelli che sappiamo già, Orgasmo e Pesto.
  • Vi diranno Tenco, bla bla… poi arriverà uno che dirà “il nuovo Vasco”, bla bla… a un certo punto non riusciranno a trattenersi, arrivando a locuzioni come “il disco della maturità”, bla bla… tirate un grosso sbadiglio, keep calm and cliccate “non seguire più”.
  • Quella su Dario Hubner è una canzone scritta per noi Xennials. E che i Millennials non potranno mai davvero capire. Bene così: è giusto emarginarli, per quanto possibile.
  • In conclusione, è come se il disco precedente fosse scritto su un normale quaderno a righe, invece questo su un quaderno a righe di terza elementare, cioè quelli con le righe che si alternano più strette / più larghe, insomma uno schema leggermente più vario. (Meglio di così non riesco a dirlo.)

Ho ragione?

Infine, segnatevi questa – me la copieranno in tanti:

“Evergreen” è il suo disco più mainstream.

Ma è “Mainstream” che resterà il suo evergreen.

E questi?

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