Dischi 2012 (tempi supplementari)

    

Quanto ho amato gli Arctic Monkeys. Quanto ho apprezzato i The Last Shadow Puppets. Quanto sono rimasto perplesso da “Humbug”. Quanto ho temuto il peggio con il progetto solista di Alex Turner. Quanto ho tardato l’approccio a questo “Suck it and see”, eppure i timori erano ingiustificati perchè sembrano tornati quasi alle ispirazioni dei bei tempi. D’altronde non gli ho mai chiesto null’altro che: shalalala.

In “Mirage Rock” dei Band of Horses il rock è effettivamente un mirage, ma non è un male: questi ragazzi di Seattle si assestano su umori autunnali, ispirati senz’altro da Neil Young (Crazy horse, non a caso) e un paio di pezzi ricordano addirittura gli America (A horse with no name, non a caso). Logo corsivo e copertine paesaggistiche fanno molto old rare finest brand etc etc.

Dopo monkeys e horses chiudo la trilogia degli animali con Cat Power, che confesso conoscevo poco e male prima di “Sun”. E’ uno dei dischi che ultimamente ascolto di più. “Cherokee” è affascinante tanto più che cherokee lei lo è veramente. Solo il pezzo con Iggy Pop è un po’ farlocco ma il drittissimo rap-blues di “Peace and Love” chiude col botto. Vabbè, ma è figa? Si.

La voce di Mark Lanegan anche in “Blues Funeral” resuscita i cristi, però non riesco più a sentire parole come “gun”, “bullet”, “razorblade”, che mi sanno di luoghi comuni da maledettismo grunge demodé. Bel disco però, chitarroni a strafottere ma anche elettronica senza strafare. Permettetemi una cazzata galattica in stile giornalista musicale: “Ode to sad disco” è Lanegan che va ad un rave con Morricone e Vangelis. Boh l’ho detta. Per il resto, 50 sfumature di blues.

50 sfumature di white? Non esageriamo. “Blunderbuss” è un insipido saggio di bravura di un Jack White un po’ ingrassato. Non è alla frutta, forse all’ammazzacaffè.

Gli Yeasayer mi hanno avvicinato a “Fragrant World” adescandomi con il bel pezzo di apertura, ammiccante a Neil Young, sempre lui. Per il resto, spessissime basi elettroniche e melodie pop, a volte esaltanti a volte anonime, di cui spero di non stancarmi ancora prima di imparare a pronunciare il loro nome.

E gli italiani? Non li ascolto da un bel po’, ho paura di imbattermi in uno che si fa chiamare “Il Cile”…

E questi?

6 commenti

  1. il jack white a me è piaciuto! Gli arctic invece non smetto di ascoltarli da un anno e mezzo, sono in loop da troppo tempo ormai, quasi quattromila ascolti su last.fm negli ultimi 16 mesi. Non è normale tutto questo. Però suck it and see è davvero un bell’album, non sono gli arctic dei primi due (e per fortuna neanche quelli di humbug), ma è davvero un gran disco.

    1. certo non è mica brutto quello di jack white, max rispetto, però si sente che è ricco e pasciuto e ha imparato a suonare il piano, ho un po’ nostalgia delle chitarre scordate e i distorsori che ronzano…

  2. Occhio che i cavalli con Seattle c’entrano ormai poco, sono della Carolina. Sub pop ed un ex componente traggono in inganno.

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