Di rock si muore

Lou Reed

Inizia il periodo in cui le prime star del rock muoiono di vecchiaia o quasi. Eravamo abituati che morivano o ammazzati o di overdose o di suicidio o di sospetti incidenti d’auto, d’ora in poi abituiamoci che saranno più quelli che moriranno per cause naturali o perché non reggeranno le operazioni chirurgiche per tenerli in piedi. Io ero abituato che i musicisti non diventavano davvero vecchi, che al massimo smettevano di suonare oppure facevano un disco ogni dieci anni. Invece no. Memento mori.

Inizia il periodo in cui qualche artista che avevi visto e sentito dal vivo, da vivo, di colpo non c’è più. Quest’anno mi è capitato due volte. Il primo è stato Jason Molina. E Lou Reed me lo ricordo bene, la serata al Traffic e gli amici in quel luglio 2007, le canzoni che facevo finta di sapere, le incomprensibili file di sedie sotto il palco, i due del pubblico con cui ho litigato perché non mi facevano passare avanti, il bicchiere di plastica da birra media ma riempito di vino che mi ha mandato fuori, e mentre succedevano queste cose quello lì era sul palco e sembrava essere in forma tutto sommato, sicuramente più di me; adesso pensare che è morto è incomprensibile e vengo sfiorato da un vago disagio e senso di colpa, forse sono una specie di maledizione: tutti quelli che vado a vedere poi muoiono, tecnicamente è così ma è vero anche il contrario.

Inizia il periodo quindi che davvero, il rock è morto, anche fisicamente. Muore il supporto fisico, non solo il vinile o il cd: muore anche il supporto fisico nel senso dell’artista, che era l’anima di questi oggetti che giravano nel giradischi, che giravano il mondo, che giravano la testa. La generazione delle rockstar di usa e uk nati attorno agli anni ’40 (come mio padre, come tuo padre forse) inizia a restringersi. Who’s next? Mezza domanda mezza risposta?

Inizia il periodo che se ci pensi non ti ricordi se uno è morto o è ancora vivo, come succede con i volti storici della tv. Anche la morte è spettacolo, businness, pornografia. Ci sono anche quelli sopravviventi che fanno ancora grandi dischi e grandi tour. Ma la vera consacrazione è per quelli che muoiono, un ultimo botto di gloria, la gente parla e scrive e twitta tutta solo di loro e ascolta tutte le loro canzoni in una sorta di esequie collettive celebrate attraverso i media e poi rimane il ricordo eterno, che sia affetto o che sia solo rispetto ai morti si vorrà sempre bene perché non combineranno altri guai.

Dopo il rito, il mito.

Dopo la santificazione, la bestemmia: il rock è morto, viva il pop

E questi?

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