Lamentazioni

lamentazioni parco del valentino
Parco del Valentino, panchina alluvionata

Da mesi, nella piazza dove vivo, c’è una bella stazione del Tobike che non è mai entrata in funzione.

Nel frattempo hanno avuto modo di costruire una concessionaria della Ferrari e di aprirla.

Con questo non voglio aprire lamentazioni sulla lentezza e farraginosità del pubblico in confronto alla velocità ed efficienza del privato.

Con questo non voglio dire: ecco,

Davvero non mi interessa. Si tratta di quelle cose che poi salta fuori qualcuno che vuole fare della politica. Questa è Borgata Polo Nord ma siamo pur sempre in Italia. Sessanta milioni di sindaci. Sessanta milioni di allenatori della Nazionale. Sessanta milioni di social media manager.

Io sono di quelli che amano parlare del tempo. Parlerei per ore del tempo, ma qualcosa subito mi blocca. Il tempo è il classico argomento utilizzato da chi non ha nulla da dirsi ma è forzato dalle circostanze a tenere una conversazione. E quindi penso: “il mio interlocutore sta parlando con me del tempo solo per non risultare scortese, in realtà vive questa conversazione come un impiccio”.

Mica come me che sono davvero convinto di quello che sto dicendo! Tutta la mia passione, la mia competenza, la mia arguzia, la mia esperienza sull’argomento del tempo diventa completamente sminuita. È un peccato soprattutto nei giorni molto piovosi, e Google solo sa quanto il maltempo aumenti gli accessi ai siti meteorologici.

Sessanta milioni di metereologi, ma solo per circostanza.

E quindi resto qui, seduto sulla mia web-panchina alluvionata, solo con le mie lamentazioni, continuamente attratto e contemporaneamente repulso dalle lamentazioni degli altri.

P.S.

G come Google + F come Facebook = GF come Grande Fratello.

Il Viola

il vile marlene kuntz

“Il Vile” ha un fascino strano, cupo, perverso. Dopo il rosso fiore aperto di “Catartica”, il secondo disco vira sul viola, dentro e fuori. I Marlene Kuntz facevano un disco senza una “Nuotando nell’aria”.

Correva l’anno 1996. All’epoca Jack Frusciante era appena uscito dal gruppo, “Hai paura del buio?” degli Afterhours non esisteva ancora.

E ora 2017: destini beffardi hanno impedito a me e al Fertile (sempre ghiotti di operazioni revival o quasi) di essere al concerto reloaded a “onorare il Vile”. Chissà da quanto tempo e per quanto tempo ancora non vedremo Cristiano Godano dire “voglio una figa blu”.

Mi immagino i Marlene Kuntz in sala prove mentre cercano di ricostruire le parti che facevano vent’anni prima, chissà se gli si apre un po’ il cuore a sentirsi le dita viaggiare da sole riesumando certi riff come se il tempo non fosse passato. O magari gli sembra tutta roba un po’ superata e immatura, e lo fanno solo per i soldi facili.

“Qui entravi tu con la bacchetta sulle corde…” “Il basso come faceva? Chi si ricorda, c’era Dan Solo…” “Raga domani prima data, ma i vinili ce li hanno spediti?”

Ecco appunto in arrivo a Cuneo un corriere pieno di scatoloni di vinili viola vinaccia: “Il Vile” oggi è vintage, roba da collezionisti di una certa età (la nostra, appunto). Ma se volete davvero farmi sanguinare il cuore, ripubblicatelo in cassetta. Nel 1996 erano le cassette che facevano girare la musica, che facevano girare l’amore, che facevano girare i Marlene Kuntz.

Nella sterminata collezione di dischi che un mio amico aveva ordinato sul suo Gnedby, “Il vile” era praticamente l’unico disco di rock non americano.

“Esiziale secco e disumano scarto di secondo che vale tanto”: Cristiano Godano componeva con il dizionario dei sinonimi e contrari, e iniziava un pezzo con la parola “esiziale”, che nessuno di noi aveva mai sentito prima.

“La rosa dei modi è un quarto di tre”: un elegante perifrasi per dire che non c’è modo?

“Tempo è un treno che passa e non è un dramma dire che è vero ma si sa che ci manca la faccia (quella giusta!) per prenderlo al volo” la trovavi scritta sulle magliette come trovavi quella del caos e della stella danzante. A riscriverla adesso però, quanto è complicata!

E poi “Ape regina”, la canzone regina di quegli anni rock. Eseguirla in maniera sempre più devastante, più sonica, più fragorosa: un’impresa da rinnovare ogni concerto, ogni tour. Fino a questo, dedicato apposta al Viola.

Fonti attendibili dicono essere stata una serata non esaltante. Chissà se avevano davvero voglia di fare questo tour. Tanti anni passati a prendersela con i critichini che gli dicevano “non siete più quelli di una volta”, e poi fare ben due tour revival quasi a dimostrare il contrario. Ma vale tutto. Di dischi meritevoli di revival ne esistono pochissimi, e loro ne hanno ben due, “Catartica” e “Il Vile”. Se continuassero con “Ho ucciso paranoia” andrei pure.

Borg, Edberg, Wilander

game set match borg edberg wilander

Il libro giusto al posto giusto. Il posto giusto per questo libro è l’occidente ligure, costiera dove il tennis prospera ed è un way of life. Sanremo sta al tennis italiano come Sanremo sta alla canzone italiana. Io mi trovavo a Bordighera, e la lettura ufficiale dell’estate era “Game set match”: tre parole, tre campioni, tre decenni di Svezia monarchia del tennis mondiale.

Add Editore usa colori tipicamente svedesi per confezionare questo libro in cui Mats Holm e Ulf Roosvald raccontano “Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis” fin dai tempi in cui il Re lo introdusse nel suo Paese a fine ottocento.

Arrivano gli anni 70, un po’ in bianco e nero un po’ a colori, racchette di legno ma ancora per poco. Bjorn Borg è un giovanotto che si intestardisce a giocare a tennis, giorno e notte e giorno e notte, diventando un campione devastante.

Vince tutto, quasi tutto. Gli manca solo lo slam americano per poter dire: nella mia vita ho vinto tutto. Quando per la terza volta perde in finale con McEnroe, dice basta. Raga chiudo. Abbandona il tennis a ventisei anni, età che metà degli atleti esistenti ucciderebbero per avere.

Il secondo di questa trinità di biondi è Mats Wilander, in campo un coriaceo, un noioso, idolo di nessuno. Il suo colpo migliore sembra essere l’errore dell’avversario. Eppure i capricciosi dèi del tennis gli assegnano la vetta del ranking.

Ma la racchetta, si sa, ha la forma di una chitarra e lui la suona davvero, insieme a McEnroe. Il suo colpo migliore sembra essere il mi minore. Ancora giovane abbandona il tennis per il rock. Incorda la chitarra elettrica, forma una band e fa il giro del mondo per suonare le sue canzoni.

Infine arriva Stefan Edberg, ultimo highlander di un gioco antico, inglese, fatto di serve and volley, rovescio a una mano, emotività e insicurezza. Il suo gioco torna al bianco e nero, ma quello vero, quando in bianco e nero erano anche le foto. Giocatore divertente senza sorridere mai, “biondo senza averne l’aria”, diventa numero 1 nel 1990.

Edberg l’antico continua, longevo, fino a una quasi seconda giovinezza oltre i trenta. Resiste in campo fino a quel giorno X in cui mi permette, guardandolo in tv, di innamorarmi del tennis.

Bellissima, bravina

Ana Ivanovic bellissima bravina
Foto via https://goo.gl/wSJpZl

Le ultime notizie che ho avuto di Ana Ivanovic risalgono a quando si è sposata a Venezia con il calciatore Bastian Schweinsteiger (molto famoso ma che ho dovuto copiaincollare da internet, maledetti cognomi tedeschi).

Il matrimonio è importante nel tennis. Essendo la vita di questi giocatori mediamente più noiosa degli altri sportivi come i calciatori, il matrimonio è un evento che spezza questa monotonia, e riafferma il valore del tennis come fenomeno di costume, argomento da salotti, interesse di tendenza, capriccio per ricchi, insomma tutto ciò che gli altri sport non sono.

Quando io e Mago Matteo parliamo di tennis nei salotti, uno dei nostri argomenti preferiti sono i giocatori diventati numeri 1 del ranking mondiale senza alcun apparente motivo. Ana Ivanovic è una di questi.

Credo che sia diventata numero 1 solo perché era incredibilmente bella, più bella della Sharapova. È andata così: a un certo punto (Roland Garros 2008) il computer che elabora le classifiche della WTA è rimasto confuso da cotanta grazia. In preda a un bug sentimentale l’ha spedita dritta dritta alla posizione numero 1 del mondo, addirittura sopra la Sharapova.

In quel Roland Garros la ventenne Ana Ivanovic ha vinto causa bellezza. Gli arbitri non potevano farci niente. Le giocatrici si sentivano perdenti in partenza. Gli spettatori guardavano solo la sua parte di campo. Persino i raccattapalle, ancora ragazzini, sentivano un turbamento dentro di loro che gli seccava la saliva e gli inciampava la corsa verso le palline sotto la rete.

Ma Ana è più bella che brava. Penso di non aver mai visto una partita dove abbia giocato davvero bene. Sprecona, imprecisa, emotiva, e con quel servizio maldestro che finiva sempre a metà rete, perché lanciava male la palla e io davanti alla tv mi arrabbiavo con lei, Ana, stai lanciando male la palla! Perché se non riesci nemmeno a lanciare la palla mi fai sentire come uno che tifa per te solo causa bellezza.

La sua carriera è stata attraversata da tanti infortunî. Operazioni, riabilitazioni, allenamenti per tornare in forma. Potete immaginare che noia, ogni volta, dire ai giornalisti le solite cose. “Ora mi sento al top…” “Sono pronta per tornare ad alti livelli…” “Ho ripreso confidenza col mio tennis…”.

Cazzate.

Stavolta si è finalmente liberata di un peso: ha detto a tutti ciao ciao.

Serba di Belgrado, scorpione del 6 novembre, Ana Ivanovic lascia il tennis a 29 anni. Come i grandi campioni, non indugia aspettando il declino, e si consegna alla storia al suo massimo: bellissima, bravina.

L’Oroscopo 2017 di Mago Matteo

oroscopo 2017 mago matteo

Questo è il terzo anno consecutivo. Che bello avere l’onore di ospitare l’Oroscopo 2017 di Mago Matteo (cioè Matteo Gorgoglione dei Là-Bas). Molti l’avranno già letto sul suo profilo Facebook, segno dopo segno. Sono orgoglioso di riportarlo tutto intero a beneficio del popolo del web che non ha ancora la fortuna di conoscerlo e si accontenta di quelli di Paolo Fox, Branko, Brezny eccetera. Amiche, leggete con attenzione, e la vostra vita migliorerà di brutto!

ARIETE

Non è amore. Non è amore un messaggino alle dieci del mattino che ti dice “amore, ricordati alle sei di ritirare la zucca e il cavolfiore”. C’è quella parola, “amore”, ma non basta mica. Perché tutto ruina sulla zucca e il cavolfiore. Mia moglie partecipa con sincero gusto a un gruppo di acquisto solidale. Dice che la rende felice, più consapevole. Ma soprattutto lo fa perché “mi piace incontrare le persone”. Dice che le piace parlare di ricette, di bambini. “Matte, mi rilassa”. Fa tutto lei, ordina e ritira. Alcune volte proprio non ce la fa, oppure le cose sono troppo pesanti (dieci inutili chili di arance di Sicilia). Mi chiama, mi scrive. “Vai a ritirare i broccoletti”. E io lì, alle sei, a guidare come un pazzo per arrivare in orario. Per portare del plasma? Per salvare un gattino finito nel fiume? No, per la zucca. Per una fottuta zucca. Arrivo di corsa, trafelato e sudato. Chiedo “c’è ancora la zucca?”. Poi vado via, e torno a casa. Mia moglie mi saluta, e poi inizia a coccolare la zucca. Mi dice “questa sì che è una zucca!”. Io dico “la più buona del mondo, ne ho viste tante di zucche, ma questa…”. Lei mi dice “sei proprio uno stronzo”. Quindi, ARIETE: il messaggino non è amore, siamo d’accordo. Ma tutto quello che accade dopo, a casa, è amore. Io le ho portato la zucca. Lei mi è riconoscente. Io ho sfidato tempo e intemperie. Lei è felice. E innamorata. Ecco, ARIETE: nel 2017 cerca di capire dove sta l’amore e dove no.

(The Vegetable Orchestra, “Transplants”)

TORO

Se io fossi cattolico, se frequentassi la chiesa e gli oratori, se avessi voglia di insegnare a qualcuno come si vive, come si muore e come si scopa (cosa che fanno i cattolici, chi più chi meno), penso che non perderei nemmeno un minuto per diventare, con mia moglie, quello che fa la testimonianza, cioè quello lì che insegna alle coppie che stanno per unirsi in matrimonio qual è il segreto di un matrimonio felice e duraturo. Mi divertirebbe un mondo, credo. Ma non sono cattolico. Però siccome ho fatto la cresima, e anche il chierichetto per una settimana, un consiglio sento di darlo, solo uno. Rispetto reciproco? No. Crescere insieme? No. Scopare tanto? Fuochino, ma quello è impossibile. Avere i propri spazi? Stronzate. Il segreto, per me, è andare a dormire insieme, sempre. Mettersi sotto le coperte insieme. Spegnere la luce insieme. Anche distanti, silenziosi, persi nei propri pensieri, ma insieme. Voi non sapete quante coppie si sono rovinate per: 1. La cannetta serale in solitaria, mentre lei dorme. 2. Le serie tv, mentre lui dorme 3. Il divano dove ti addormenti e ti risvegli alle quattro di notte perché ti esce quella bava gelida dalla bocca, mentre lei dorme 4. Il carrello di Amazon, che lei riempie frustrata, mentre lui dorme. Andare a dormire insieme: TORO, questa è la mia ricetta. Nel 2017 pensa e scrivi la ricetta perfetta per la felicità di coppia, anzi la tua ricetta per la tua felicità per la tua coppia. E cerca di metterla in pratica. Se non funziona, non è importante. Ma almeno sai quale sarebbe il tuo desiderio. Se sei solo, non importa: fallo lo stesso. Tanto non si smette mai di essere soli, soprattutto in coppia.

(Federico Fiumani, “La mia ragazza dorme la domenica mattina”)

GEMELLI

“Li senti, li senti anche tu?”. “Sì”. Il cielo stellato, la brezza estiva che sbrezzante soffiava, la sigaretta sotto le stelle. Io e mia moglie sotto la tenda, sul nostro materassino gonfiabile. E lì, fuori, una famiglia di cinghiali. Mamma cinghiale e i suoi figlioletti. Grufolano, bofonchiano, grugniscono giocondi nella nostra piazzola. Io mi piazzo davanti alla finestrella di plastica della tenda, spaventato e in trappola. Li guardo. Se esco, mi aggrediscono. Se rimango qui dentro, entrano e mi aggrediscono. Dico a mia moglie “Vai subito su google e cerca cinghiali in campeggio cosa fare”. Lei legge articoli e racconti di utenti: alcuni ovviamente dicono che è pericoloso. Altri dicono che non è pericoloso, pensa un po’. Il giorno dopo chiedo al tizio del campeggio cosa fare con i cinghiali notturni. Lui mi dice “fai squillare il telefono e vedrai che vanno via”. La notte successiva arrivano di nuovo, io allora prendo il mio vecchio Nokia e faccio suonare tutte le suonerie. “Nostalgia” non funziona. “Coconut” li lascia indifferenti. “Brikabrak” fa loro un baffo. Vanno via solo perché stufi. Il terzo giorno tornano, io li vedo arrivare da lontano. Allora prendo moglie e figlie, le metto in macchina e ci chiudiamo tutti dentro. Alle due di notte. Le bimbe, mezze addormentate, si mettono in automatico la cintura e mi dicono “Papà, ma dove andiamo di notte?”. Il giorno dopo ne parlo con le bimbe. La più grande mi dice “papà, ma perché non stai tranquillo una volta?”. GEMELLI, ma perché non stai tranquillo una volta? Perché ti agiti, perché tenti di risolvere le cose, perché ti credi onnipotente? Stai tranquillo, GEMELLI, stai tranquillo. Dio non esiste, siamo d’accordo. O magari si nasconde bene. Ma certamente non sei tu.

(Franco Battiato, “L’era del Cinghiale Bianco”)

CANCRO

La incontrai per caso una domenica mattina, in Piazza Statuto. La conoscevo di vista, non avevo mai parlato con lei o forse un ciao. Mi chiese se avevo voglia di accompagnarla a Rivarolo Canavese, dove abitava sua nonna. Io come sempre non avevo nulla da fare, prendemmo il pullman e andammo. “Lui è un mio amico”, disse. La nonna fu molto gentile. Mi offrì canestrelli e un bicchiere di Fanta. Passammo insieme l’intera giornata (io e lei, non la nonna). Verso sera ci baciammo, e da lì iniziammo a vederci. Dopo alcuni giorni mi regalò un walkman, stufa dei miei lamenti perché il mio era rotto. Fui felice. La ringraziai. Purtroppo, la sera stessa, di ritorno a casa, il walkman sparì dalla mia tasca. Me lo sfilarono così, sul pullman. Io non le dissi nulla, e iniziai a mentire senza ritegno. “Allora, funziona il walkman?”. “Una meraviglia, anzi grazie ancora”. “E perché non l’hai portato con te?”. “Me lo sono dimenticato”. Tutto così, per un mesetto circa. Vuoi la vergogna, vuoi perché sono un codardo, iniziai a pensare che l’unico modo per uscire dalla storia del walkman, era lasciarla. Non che andasse benissimo, per carità. Eravamo diversi, lei aveva mille interessi, io nessuno. Quella del walkman era una ragione in più. E quindi finì, e nessuno ne fece un dramma. Ora lei, nel suo piccolo, decide le sorti di questa città. Io, invece, sono un povero coglione come allora, non ascolto più musica con il walkman, certo, ma poco cambia. CANCRO, nel 2017 ti troverai ad affrontare una scelta non da poco: mentire, e ti costerebbe poco, oppure dire la verità, e ti costerebbe carissimo. Cosa farai? Non lo so, io mi fermo qui. Non ti invidio, CANCRO, non ti invidio.

(Blur, “Music in my Radar”)

LEONE

Una cosa che chiedo sempre a tutti, quasi tutti, prima o poi, è questa: “Hai presente lo scotch che metti sui muri prima di dipingere? Quando lo stacchi?”. Le risposte sono varie, ognuno ha la sua. C’è chi lo fa subito, con la vernice fresca. C’è chi aspetta un po’. C’è chi lo stacca dopo giorni e giorni. C’è chi lo stacca con grazia, chi lo stacca con violenza, chi con una onesta speranza di riuscita. C’è qualcuno che si dimentica di farlo, e ne rimane un pezzettino. C’è chi ha paura di quel momento. C’è chi, fiero, se ne frega. La cosa che accomuna tutti è che tutti sbagliano. A un certo punto, c’è quel pezzettino di scotch che si porta via il colore e l’intonaco. Dove tu rimani così, immobile. Perplesso. Arrabbiato. LEONE, quel momento è arrivato. Devi strappare via lo scotch, devi mettere la parola fine a quel lavoro che hai iniziato, a quel discorso solo accennato, a quel rancore covato da lungo tempo e mai davvero esplicitato. Ti porterai via un pezzo di intonaco, e questo ti farà soffrire. Sarà inevitabile, e tuttavia il fatto che sarà inevitabile non ti sarà di consolazione.

(Ombretta Colli, “Il Muratore”)

VERGINE

Quest’anno, a partire dal corrente anno scolastico, ho voluto fare le cose per bene. Basta corse la mattina! Sempre di corsa, troppo poco tempo per la doccia, per i fondamentali cinque minuti di Supertennis, poi metti le galosce, no le galosce no, non trovo la sciarpa, hai firmato il diario. Uno stress! Basta fare le cose di fretta! Ci vuole serenità e spensieratezza! Allora ho pensato di preparare la colazione la sera, prima di andare a dormire. Preparo sul tavolo tazze e biscotti, tovaglioli e cucchiaini. Preparo la macchinetta del caffè. Così, quando mi sveglio, oplà, in un attimo è fatta. Sembra quel tavolo di quegli alberghi di Rimini, o quegli agriturismi freddi e sconfitti, dove quando arrivi la sera trovi già tutto preparato per la colazione della mattina successiva. La macchinetta del caffè, dicevo, è già lì pronta. Non fosse che quando mi sveglio, mi chiedo sempre; “ma ieri sera ho preparato la macchinetta del caffè?”. Allora la riapro di nuovo, guardo se dentro c’è l’acqua e il caffè, e puntualmente faccio cadere un po’ di caffè e un po’ di acqua sul lavello, e quindi mi tocca pulire tutto. E perdo quel tempo che pensavo di guadagnare. VERGINE, la scelta è questa: o cerchi di fregare il tempo, o lasci stare e dal tempo ti fai guidare. Devi scegliere se trovare il tempo per fare le cose, o scegliere di perdere tempo. Accettare con gioia che il tempo si perda, o vivere per perderlo. Bisogna averlo, il tempo, per riuscire a perderlo, come sai. Sembra facile, ma non lo è.

(Cyndi Lauper, “Time after Time”)

BILANCIA

Jean Pierre Léaud è il mio attore preferito. Passano gli anni, ma lui sta sempre lì, nel mio cuore e nel mio immaginario. Jean Pierre Léaud è Antoine Doinel nei film di Truffaut. Un bambino nel primo, e poi giovane adulto e poi uomo. Ho visto e rivisto quei film, e ogni volta quello sguardo stralunato, ribelle e sconfitto, mi meraviglia e mi commuove. L’alter ego di Truffaut, come da tutti riconosciuto, ha avuto nella sua carriera molti alti, e tremendi, esiziali, catastrofici bassi. Aki Kaurismaki, che di pazzi se ne intende, lo chiamò per recitare nel film “Ho affittato un killer” (1990). Fu difficilissimo: Léaud era sempre sull’orlo di una crisi di nervi, “straniero in un paese straniero a parlare in una lingua straniera con una troupe straniera”. Era il primo film dove per davvero non recitava da Antoine Doinel, con quella sua recitazione esasperata e barocca. Ma sto divagando. In “Baci rubati” di François Truffaut, Antoine e Fabienne stanno parlando. Antoine dice: prima di morire, mio padre fece segno al suo medico di avvicinarsi, e gli disse “La gente è formidabile”. E poi è morto. Ecco, BILANCIA, tieni a mente questa frase per tutto il 2017: la gente è formidabile. Subisci un torto? La gente è formidabile. Ti tagliano la strada? La gente è formidabile. Ti senti infelice? La gente è formidabile. La gente è formidabile, tu sei formidabile.

(Stromae, “Formidable”)

SCORPIONE

Io lavoro solo con gente sfiduciata, disperata, sola. Lavoro qui da anni. Ogni giorno apro la porta dell’ufficio, c’è chi suona, chi arriva, e chi va. Mi parlano dei loro problemi, tutti. Mi chiedono un aiuto, tutti. Cercano l’assistente sociale. L’assistente sociale non c’è mai, questa è la regola base del Servizio Sociale. Quando non c’è, le persone si contentano di parlare con me, a volte così tanto per fare. In questi anni mi è capitato di tutto, di tutto. Arrivano persone che chiedono soldi, una parola di conforto, chiedono di vedere figli che non possono vedere, eccetera. Un mese fa arriva una ragazza molto bella, due occhi neri e profondi, disperati. Eravamo io e D., una mia collega. La ragazza mi chiede di parlare con l’assistente sociale. Non c’era per davvero, era in colloquio. Mi dice, con gli occhi lucidi: “Senti, io ho questo problema qui…un mio parente…sta male, sta peggiorando, è a letto…è capitato tutto all’ improvviso”. Io le dico “Posso dire che è passata, lo riferisco all’ assistente sociale”. Lei mi dice con tristezza “ok, grazie…sai, non ci stiamo più con la testa, a casa”. L’accompagno alla porta. Sulla porta mi dice: “vabbè, tanto ci vediamo, no?”. Io faccio “?”. Lei mi dice “guarda che vieni tutte le mattine al bar a prendere il caffè, te lo preparo io!”. Io la guardo bene: “ah, non ti avevo riconosciuto…”. SCORPIONE, qui voglio parlare di due cose: io negli occhi della gente vedo solo… e non riesco a guardare le cose in un altro modo. Anche tu? Ultimamente sì, vero? La seconda è che la stessa bella ragazza, senza che smettesse di essere bella, io non l’ho riconosciuta. Avevo sempre visto il suo sorriso, non immaginavo il suo pianto. L’anno che verrà ti farà riflettere sul tuo sorriso, SCORPIONE, e sul tuo pianto. Sulla maschera che, come tutti, indossi con la gente. Quella maschera che però ti ha reso, da troppo tempo, lievemente sconosciuta/o a te stessa/o.

(Bobby Solo, “Se piangi, se ridi”)

SAGITTARIO

Non è facile stare solo. E io sono sempre solo, in macchina, al lavoro, e anche altrove. Quando stai solo a lungo, quando non parli con nessuno per ore e ore, tendi a pensare di essere invisibile. E un po’ lo sei. La gente non ti guarda, continua indaffarata a fare le sue cose, stupide e non, come me, come tutti. Da anni mangio vicino a quattro impiegate monelle vagabonde, che se la contano e spettegolano come se non ci fosse un domani (e purtroppo, un domani non c’è per davvero, per loro, per me e per voi). Abbiamo attraversato insieme tutte lo loro fasi amorose, io da uditore e loro da protagoniste. L’amore finito dopo lunghi anni, il rancore, la pazza gioia, di nuovo l’amore eccetera. In questi anni una di loro è diventata mamma, e mi sembra contenta. Le altre tre si trascinano stanche in relazioni fatte di bla bla bla e di noia. La cifra tipica dei loro discorsi è che “lui dovrebbe cambiare, e non cambia”. È che “lui dovrebbe pensare meno a se stesso, e non lo fa”. È che “lui che dovrebbe cercarmi di più, e non lo fa”. Queste ordinarie sventure, ecco. Ciò che mi colpisce è quando una di loro inizia con i lamenti. Le risposte tipiche delle amiche sono di due tipi: la prima è “perché non conosci il mio Toni!”, la seconda è “anche per me è un brutto periodo con Giorgio”. Io ormai me le aspetto, tanto che dopo tutti questi anni non riesco più a capire se si lamentano tutte quante per davvero, o è un normale gioco delle parti. Cosa c’è di finto? Cosa c’è di vero? SAGITTARIO, a volte per comodità, a volte per pudore, tendiamo a conformare i nostri sentimenti a quelli degli altri. Nulla di nuovo, mica sto dicendo la cosa più geniale del mondo! Però la cosa più geniale, forse, è vivere con forza i propri sentimenti, e mai dire “anche per me è così”. Non è mai esattamente così, SAGITTARIO, è sempre un po’ di più o un po’ di meno, più spostato, più profondo, più scuro, più chiaro. Nel 2017 cerca di essere nuovo ai tuoi occhi, ok?

(I Nemici, “Apprendere sventure”)

CAPRICORNO

Velocemente, come mai in vita mia, presi una decisione. Quella di andare a vivere con quella “donna bassina e perduta”, quella donna che poi sposai due anni dopo. Non me lo feci dire due volte. Presi i miei quattro stracci, la mia chitarra scordata, delle tazzine, e corsi da lei. I primi giorni mi guardai intorno, non era ancora casa mia, in fondo. Quando ero solo in casa aprivo gli armadietti, per vedere cosa c’era dentro e imparare a mettere in ordine le cose. Quello sopra il piano cottura era veramente singolare: dentro c’erano stipati fino all’inverosimile lattine e lattine di caffè. Vuote. Decine e decine. Le chiesi “Ti piacciono le lattine vuote?”. Lei mi rispose “Le adoro”. Io sorrisi, e dissi qualcosa tipo “Ma tu sei svitata”, sottintendendo “Sei matta e irresistibile, amore mio”. Le lattine rimasero lì per molti mesi. Il tempo passava, gli affitti iniziarono a essere divisi in due, qualche tazzina iniziò a rompersi, ma comunque eravamo molto felici. Un giorno aprii quell’armadietto, e di nuovo vidi tutte quelle lattine. Dissi: “Senti, capisco che ti piacciono, ma qui non ci sta più niente”. Lei mi disse “Ma davvero le vuoi buttare?”. Io, “mi dispiace, ma non c’è spazio”. Ne buttai via la metà, nessuno pianse. Poco dopo tempo pensai che c’è sempre quel momento in cui tutto cambia: è il bello della vita, in fondo. Le lattine del caffè erano la sua precaria e felice spensieratezza, ora quell’armadietto borghese mezzo vuoto la “meravigliosa” vita adulta. Caro CAPRICORNO, qual è stato quel momento in cui sei cresciuto, qual è stato quell’attimo in cui è cambiata la tua età? Pensaci. Nel 2017, secondo le mie previsioni, ci sarà nuovamente quell’attimo, quel momento, in cui tutto o quasi cambierà. Nell’attesa, metti su la macchinetta del caffè.

(Frank Sinatra, “The coffee song”)

ACQUARIO

Jacques Brel è stato il più grande cantante di tutti i tempi. Questa cosa ormai, ACQUARIO, l’hai capita. Lo sai che quando il pubblico comprese di trovarsi di fronte al più grande di tutti, lo sai che quando, appena trentaseienne, diventò “gigante” e non più “cantante”, Brel si ritirò dalle scene? L’ultimo suo concerto fu il delirio, fu l’apoteosi. Lo richiamarono sul palco sette volte. Fu costretto a rientrare sul palco con l’accappatoio e i calzini. Mormorò solo: “Grazie, tutto questo giustifica quindici anni d’amore”. Quindici anni di talento superbo: le mani mobili e immortali, le labbra attaccate al microfono, il corpo contratto in mille gesti. Nei suoi concerti Brel è sempre illuminato da un faro bianco, che si spegne nel momento in cui lui smette di cantare, quando finisce la canzone. Il buio. E poi riprende la luce: Brel si spoglia di una canzone e ne indossa un’altra. A Limoges gli viene chiesto il perché dell’addio alle scene. Risponde: “Faccio tutto ciò per il silenzio, per tornare ad amare il mio silenzio”. ACQUARIO, da te mi aspetto un 2017 in cui torni ad amare il tuo silenzio, e il silenzio di chi ti sta vicino. E che tu possa anche “tornare ad amare il suono della pioggia come clavicembalo nello stagno, che suona pagine di luna e assomiglia al tuo canto”: questo è Brel.

(Jacques Brel, “Jacky”)

PESCI

Caro PESCI ti racconto una storia. Solo a volte riesco a sentirmi un uomo adulto, da sempre mi sembra di esserlo solo in superficie. Fintamente impegnato e serio. E non provo rabbia per non esserlo per davvero, e non sento nostalgia perché non lo sarò mai. Sono solo un tipo che riesce a passare, vanitoso, tra quello che non è, quello che non è mai stato, e ciò che non sarà mai. Stamattina un signore anziano non riusciva a uscire dal parcheggio. Io camminavo per andare al lavoro, con la testa all’insù e la noia all’ingiù. Mi sono accorto, e non so come, che cercava il mio aiuto. Mi sono messo dietro la sua automobile. Lui faceva manovra, io dicevo “vieni vieni vieni” e“stop stop stop destra destra sinistra sinistra”. Ho mosso il mio braccio nell’aria, con grazia e con sapore nostalgico. Ho battuto più volte la mano sulla sua automobile pronunciando “bò, bò,bò”. Infine è uscito dal parcheggio. Poi mi ha salutato con la mano: il segno di una provata riconoscenza seppur senza conoscenza. Ero felice. Questo per dire che forse non fa per me, la vita. Sono bravo solo a roteare con grazia il mio braccio, nell’aria pesante di questo mondo, per far uscire un signore dal parcheggio. Di più non so fare, di più non so pensare. Caro PESCI, il tuo 2017 sarà faticoso. Piccole soddisfazioni, minime gioie, un anno in cui ti chiederai più volte “ma io sono bravo/a?”. Vivrai di piccole domande, di serate minime e perdute, di piccole tenerezze che ti renderanno allegro/a, che ti renderanno tuttavia felice, almeno per un istante.

(Francesco de Gregori, “La leva calcistica della classe 68”)

Il mio Natale (è Santo Stefano)

Una strenna natalizia. Un Babbo Natale punx. Una catastrofe di buonumore. I Nemici presentano “Il mio Natale (è Santo Stefano)”. Valga questa canzone come auguri di buone feste!

La batteria molto jazzy è di Gio Franco (POST, Ukulele Turin Orchestra). Tutto il resto è suonato da me e Niccolò Bosio che ringrazio enormemente per il lavoro super anche nelle registrazioni, nel mix, nella filosofia generale del tutto.

Abbiamo iniziato e finito il video in un pomeriggio pacioccando con Snapchat e un po’ di Instagram. Che io sappia, è il primo video di una canzone realizzato con Snapchat. Provateci anche voi… ma sarete i secondi!

Ascoltatela, amatela, condividetela, baciatevi con essa in sottofondo. Letizia natalizia vi colga e vi renda tutti più buoni. Se il Natale è Michael Bublé, il Santo Stefano è I Nemici.

Questa e altre classiche del genere “canzoni di Natale” saranno il fil rouge del concerto dei Nemici in una serata unica e irripetibile. Venerdì 16 dicembre appuntamento alle Officine Corsare (Via Pallavicino 35, a Torino, tessera Arci) per un’edizione specialissima del festival Indiependence Day. Suoneremo insieme a Là-Bas e Verlaine. Se te lo perdi sei perduto.

nemici natale santo stefano

I Nemici – Il mio Natale (è Santo Stefano)

La mezzanotte tutti aspettano
idioti non è capodanno
il mio Natale è Santo Stefano
quando i parenti se ne vanno

Il 24 per sbagliar regali
il 25 per scartar gli auguri
rimane il 26 per fare quello che vorrei

Una Moretti da 66
fuma una siga in un giardino:
Babbo Natale ha finito ormai
l’ultimo turno nel centro cittadino

Una catastrofe di buonumore
sarà una tregua per il nostro amore
rimane il 26 per dirti quello che vorrei

[segue coda con xmas medley]

P.S. Ti è piaciuta la canzone?
Allora ci meritiamo un like 🙂
Vai qui -> https://www.facebook.com/siamoinemici/

Booking: Indie Dischi – info@indiedischi.it

Le cose che mi piacciono del Torino Film Festival

Torino Film Festival TFF

In ordine sparso, le cose che mi piacciono del Torino Film Festival:

Il maggiordomo che cammina un po’ storto nella sigla.

Il biglietto giornaliero per vedere tanti film di fila e sentirsi un maratoneta del cinema.

Gli applausi alla fine del film, la cui intensità fa capire se è piaciuto o no. Se vai al cinema nel periodo successivo al festival, non è raro sentire qualche accenno di applauso ai titoli di coda, riflesso condizionato che qualche maratoneta si porta dietro dalla settimana di TFF.

Il programma del festival, opuscolo spiegazzato e scarabocchiato in tutte le maniere per segnarsi i film da vedere. È la bibbia, l’unica guida che ti serve, la prima cosa che ti procuri e l’ultima che abbandonerai.

L’uscita dalla sala, catapultati in un esterno marciapiede del tutto diverso da quello da cui siamo entrati. Un attimo di perdita dell’orientamento e poi via verso la prossima visione.

Gli amici che incontri, che mai e poi mai ti saresti aspettato di vedere.

Le discussioni sui film. Quelli che vedo io ovviamente non vincono mai, sono infallibile nel perdermi le cose che contano, posso vederne 99 su 100, vincerà l’unico che non ho visto.

I film che a leggere la presentazione non gli dai due lire, e poi si rivelano fantastici. Viceversa, quelli che sembrano fantastici a volte si rivelano deludenti, ma capita di meno.

Le ferie che si prendono apposta per il Torino Film Festival.

Le proiezioni senza presentazione con il regista perché impegni inderogabili l’hanno trattenuto. Sospiro di sollievo. In questo modo ci leviamo l’indesiderabile spazio per le domande dal pubblico. Le persone che fanno le domande sono soggetti pericolosi, infidi, egocentrici, intellettualoidi, psicolabili, che prendono la parola solo per inscenare la loro interminabile supercazzola sul nulla cosmico davanti al pubblico altrui.

Le sale riempite a metà nelle mattine infrasettimanali, che puoi comodamente posare la giacca nella poltrona accanto, sicuro che non verrà nessuno a pretendere il posto. Di pomeriggio infatti succede che qualche disadattato voglia sedersi proprio nel posto dove hai messo la giacca, pur essendoci altri posti liberi. In tal caso occupo tutto il bracciolo, gli rendo la visione più scomoda possibile. Grazie al mio gomito invadente sono riuscito a mandarne via uno ancora prima che iniziasse il film.

L’edizione successiva, ritrovare l’amata sigla di sempre, solo leggermente riadattata, ma sempre col caro maggiordomo che cammina un po’ storto.

The Dimitrov affair

grigor dimitrov maria sharapova
Foto via goo.gl/xYNMmh

“Il nuovo Federer”. Tal battesimo ha condannato il bulgaro Grigor Dimitrov ad essere il campione mancato più mancato che ci sia nel tennis di oggi.

“Baby Federer”, “erede di Federer”, io dicevo “federede”: comunque lo vuoi chiamare, a parlare di Dimitrov si finisce sempre a parlare di un altro campione cui non riuscirà mai lontanamente ad avvicinarsi.

Serena Williams lo chiama diversamente: “il ragazzo col cuore nero”.

Torniamo indietro di qualche anno, Grigor Dimitrov è un ragazzino che stravince tantissimi tornei juniores. Al suo ingresso nel tennis professionista tutti scommettono in un futuro brillante, e all’inizio sembra essere proprio così. Giocate circensi, allunghi spettacolari, tweener all’incrocio delle righe, le playlist tennistiche di youtube sono zeppe delle sue acrobazie.

Una giovane star non può non avere una love story da star. Il ragazzo punta in alto e conquista il cuore della tennista numero 1 assoluta: Serena Williams.

Ma una love story da star dura molto poco. E allora cosa c’è di meglio della numero 1 assoluta? La numero 1 degli sponsor: Maria “Masha” Sharapova.

Il ribaltone sentimentale ha anche il delizioso effetto di acuire la grande rivalità tra la statunitense e la russa. In questa guerra fredda Grigor è il muro di Berlino. Ma comunque lo vuoi considerare, ora a parlare di Dimitrov si finisce a parlare della sua fidanzata, e “il nuovo Federer” diventa “Mr. Sharapova”.

Basterebbero due parole sulla crisi che attanaglia il gioco del bulgaro da almeno due anni per completare un romantico profilo dell’ennesimo eterno numero due di qualcun altro. Ma…

Preferisco rovinare tutto sciacallando nella sua vita privata, e in questo mi corrono in aiuto le infallibili testate di gossip.

Ecco entrare in gioco un elemento lontano dai riflettori che non abbiamo considerato: è francese, apprezzato coach di tennisti, fascinoso quarantaseienne dagli occhi azzurri. Patrick Mouratoglou nel 2012 è il coach sia di Serena che di Dimitrov. Quando Dimitrov scarica Serena, contemporaneamente fa lo stesso anche con Mouratoglou. Ma mentre i rotocalchi raccontano il nuovo amore tra Dimitrov e la Sharapova, passa sotto silenzio la tresca tra… Serena e Mouratoglou.

Perché il bulgaro si è separato nello stesso tempo sia da Serena che da Mouratoglou? Impossibile dirlo, ma abbiamo capito: in questa storia forse anche Serena ha un po’ il cuore nero.

Torniamo al bulgarov. Dopo Masha si consola con la cantante delle Pussycat Dolls, Nicole Scherzinger. Infine arriva lei: la bionda, volubile, scostante tennista canadese Eugenie Bouchard. I soliti ben informati sostengono che questa trombamicizia duri dai tempi della Sharapova.

E adesso?

Serena ha perso la vetta del ranking mondiale. Masha è stata squalificata per doping. Eugenie è precipitata dalla top10 intorno alla posizione 50. Dimitrov inanella fiaschi su fiaschi. L’unico in forma sembra proprio blue eyes Mouratoglou: fra le palme della sua Tennis Academy a Nizza continua a formare e sfornare i campioni del futuro del tennis. Tra questi nessuno sarà chiamato “il nuovo Dimitrov”.

Ma “il nuovo Dimitrov” forse arriverà lo stesso: sarà il tennista capace di scalare i gradini della fama innamorando tutte le giocatrici più forti del mondo, diventando toy-boy delle grandi un attimo prima del declino, rinsaldando quella fantasia del tennis come lo sport più vicino di tutti alla seduzione, al flirt, al sesso.

Un campione ha una vita da film, Dimitrov da serie tv.

Cancelleriaporn

cancelleriaporn

Carta. Le risme di carta 80 grammi stirata e affilata. Il soffice soffio dello sfogliarla, la sorpresa di un filo di sangue sul polpastrello.

Il tratto morbido della penna stilografica. Il sangue blu delle cartucce conficcate.

La purezza del cancellino nuovo, vergine, bianco panna.

Il profumo alcolico e inebriante del pennarello indelebile. Le inaddomesticabili punte degli evidenziatori.

I post-it variopinti di colori fluorescenti, il tempo le renderà pastello.

I pastelli ordinati in perfetta scala cromatica. Confezioni in alluminio per accudirli come biscotti della nonna.

I taccuini. Quanti meravigliosi, pelosi, irresistibili taccuini. Un peccato violarli.

Le agende. Il diario da compilare con nome e cognome e classe in numero romano. Lo specchietto del nuovo programma delle lezioni.

I quaderni monocromo a quadretti, a righe. Il mistero esclusivo delle righe di terza elementare. I quinterni, il margine da non oltrepassare.

La calligrafia delle donne.

La carta ruvida. Il senso del tatto sulla marca Fabriano in rilievo sui fogli F4.

Le matite alla massima lunghezza, temperate e appuntite come spine. Il temperino, il truciolo della matita sbucciato senza staccarsi mai.

Le gomme squadrate smussate agli spigoli. La cura peggiore del male, lo scartavetrare della parte blu lacera il foglio.

Gli elastici tondi dei portapenne come cinturoni di proiettili.

Lo scatto violento dei quaderni ad anelli.

La cartellina, una frusta come elastico.

La danza nobile del compasso, la corte dei suoi mille accessori. Il temperamine.

Le squadre, il goniometro, le righe da 50, 60, 70 cm, erezioni non contenute in cartella, brandite come spade.

La fodera colorata per il sussidiario. Adesivi eterni inesorabili irreversibili.

L’ordine effimero del primo giorno di scuola.

L’inchiostro verde della penna della mia compagna di banco. La zip del suo astuccio appena aperta.

Il bianchetto grossolano riparatore mi insegna la pazienza. Un soffio caldo per nascondere il segreto di una leggerezza.

La cartella con colori mai visti insieme, viola e amaranto, una nuova fantasia. Invicta Prime West Ruck, parole ignote che sanno di ignoto.

Una teoria sui Coldplay

Coldplay teoria album Chris Martin

I Coldplay. Non li adoro ma li apprezzo. Li ascoltavo quando erano i nuovi Radiohead, li ascoltavo quando erano i nuovi U2, li ascolto adesso che non sono i nuovi nessuno perché sono i più famosi di tutti. Bellocci, di buona famiglia, equosolidali, hanno tutte le carte in regola per farsi odiare, eppure li accetto di buon grado.

All’inizio erano più appassionanti. Quell’incedere misurato e faticoso tipicamente inglese, quel bpm stentato, quella voce triste nei bassi ma soprattutto nei falsetti: non potevo che accoglierli con affetto.

Poi sono decollati, tutt’altro che faticosamente. Mi ricordo un gran concerto all’Arena di Verona con le canzoni più belle, è mancata solo “Trouble” per fare il concerto perfetto. Ora sono la pop band più famosa del mondo e per assistere a un loro concerto potresti pagare il biglietto fino a 1780 euro.

Volevo fare un classificone dei loro album. Ho preferito ripiegare su un #pippone cronologico per avere autocoscienza di come li vivo io.

Ho una teoria sui Coldplay ed è molto semplice: negli anni pari fanno uscire i dischi belli, nei dispari i dischi brutti.

Parachutes (2000 → pari)

Primo disco prima canzone “Don’t panic”, brevissima perla che li manda subito a un livello superiore rispetto a, per esempio, i Semisonic o i Travis. Mentre i Radiohead cambiano secolo con Kid A, i Coldplay restano negli anni ’90 come se la musica si fosse fermata a “The Bends”. Su MTV danno il video di “Yellow”, con quello sguardo di Chris Martin tipo punk tenero, romantico e spennacchiato.

A rush of blood to the head (2002 → pari)

È il tipico secondo disco un pochetto alternativetto, quanto basta per soddisfare l’universitario pubblico che vanno conquistando. È il tipico disco che non ha nessuna particolare canzone-inno, non ci saranno ristampe deluxe, nessun revival, nessuno se ne ricorderà il lungo titolo, insomma massima ingratitudine per uno dei loro dischi migliori.

X & Y (2005 → dispari)

Terzo lungo, bolso, faticoso disco, scritto da un Chris Martin ormai seduto ma col physique du rôle, comunque appagato dal matrimonio con Gwyneth Paltrow e dalla nascita della figlia Apple. Che fastidio il riff di “Talk”. Però c’è “Fix you”, una di quelle canzoni generali che, come dice appunto il titolo, ti mette a posto.

Viva la vida (or death and all his friends) (2008 → pari)

Fantastico ritrovare i Coldplay in questa versione super pop prodotta da Brian Eno. Ai primi secondi pensi stiano arrivando gli U2 con “Where the streets have no name” invece è “Life in technicolor”. Inizia un po’ qui la storia dei colori nell’immagine coordinata dei Coldplay, che in ogni video foto copertina eccetera devono avere sempre spruzzate pazzesche di colore. “Violet hill”: che singolo strepitoso. Successivamente esce l’ep “Prospekt’s March” che faccio finta di non aver sentito.

Mylo Xyloto (2011 → dispari)

Quando mi aspetto un nuovo Viva la vida, ecco invece una colorata cosmopolita caleidoscopica nullità. Eppure nei dischi brutti c’è sempre la canzone salvagente, e questa è semplicemente il top of the pop: “Princess of China” con Rihanna. Avranno trombato? La risposta è al prossimo disco.

Ghost stories (2014 → pari)

Chi se lo aspettava! Un album bellissimo, triste, notturno. Persino la tamarra “A sky full of stars” trova senso incastrata in questa piccola collezione di storie di solitudine e infelicità. Sia benedetta la separazione con Gwyneth Paltrow se poi nascono i pezzi così. Sia dunque benedetta la causa (Rihanna) se è vero ciò che scrivono qui.

A head full of dreams (2015 → dispari)

Disco natalizio per la cena della vigilia, invitati anche Beyoncé e Noel Gallagher, da ascoltare scartando i regali sotto l’albero. Fuori nevica e Santa Claus sta arrivando in città. La playlist in salotto dà “Adventure of a lifetime”, il pezzo dopo è qualcosa di Michael Bublé. Poi Chris Martin imbraccia la chitarra e dice “hey guys, ho scritto un nuovo pezzo, sentite qua…” Spero sia roba migliore di questo disco perfettamente inutile. La mia teoria tutte le feste si porta via. Ciao Coldplay, spero di risentirvi in un anno pari.